05/06/2026
Nato da una creepypasta su 4chan, diventato fenomeno YouTube grazie alla visione di Kane Parsons e oggi trasformato in uno dei casi cinematografici più sorprendenti dell’anno.
𝘽𝙖𝙘𝙠𝙧𝙤𝙤𝙢𝙨 non è semplicemente un horror: è la consacrazione definitiva di un immaginario nato e cresciuto su Internet.
Il suo successo, anche in Italia, dimostra quanto il pubblico horror contemporaneo sia cambiato. Non cerca più soltanto mostri, jump scare o sangue, ma esperienze emotive capaci di trasformare l’ordinario in qualcosa di profondamente inquietante.
Le Backrooms sono l’incarnazione perfetta del concetto di liminal space: luoghi di passaggio apparentemente familiari ma privati della loro funzione, dove il tempo sembra essersi fermato e la realtà perde significato. Corridoi infiniti, luci al neon, moquette gialla e stanze vuote diventano il simbolo di una paura molto moderna: quella dello smarrimento, dell’alienazione e della perdita di identità.
Parsons costruisce un horror esistenziale che dialoga con l’inquietudine digitale della Gen Z, mescolando found footage, folklore del web e suggestioni psicologiche. Qui il vero mostro non è ciò che si nasconde nell’ombra, ma l’architettura stessa, un labirinto infinito che riflette ossessioni, traumi e solitudine.
Il risultato è un’opera che dimostra come il cinema horror continui a reinventarsi, trovando nelle paure collettive della contemporaneità nuovi modi per terrorizzarci. E forse è proprio questo il motivo per cui Backrooms sta conquistando pubblico e critica: perché ci ricorda che i luoghi più spaventosi non sono quelli abitati dai mostri, ma quelli in cui rischiamo di perdere noi stessi.
🎬 Lo avete già visto? Vi ha inquietato più l’idea delle Backrooms o ciò che rappresentano?