Gio's e Art - Emozioni Artigianali

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Gio's e Art - Emozioni Artigianali 🌀 Carta che si fa arte, anima e ispirazione
🌱 Per chi ama lentezza, bellezza e valore
💫 Emozioni da toccare con mano 👇🏻

Artigiana della carta, realizzo accessori per arredamento ecosostenibili. Gli accessori d'arredo sono eseguiti con la tecnica, millenaria, dell'intreccio della paglia (e vimini) ma utilizzando, in questo caso, la carta riciclata. Ogni pezzo ha il suo certificato d'autenticità.

Quando un oggetto smette di essere soltanto decorazione?Nel post precedente ci siamo chiesti: “Perché è fatto proprio co...
15/10/2026

Quando un oggetto smette di essere soltanto decorazione?

Nel post precedente ci siamo chiesti: “Perché è fatto proprio così?”

Oggi facciamo un passo in più perché, prima o poi, quell’oggetto esce dalle mani di chi lo ha realizzato ed entra in uno spazio.

Ora, pensa a un mobile già sistemato…ci sono libri, magari una pianta, qualche oggetto scelto con cura.

Non manca niente.

Eppure, può continuare a sembrarti un punto della casa che non ha ancora trovato il suo centro.

Poi succede che inserisci qualcosa che raccoglie lo sguardo. Non perché sia grande o vistoso ma perché dà peso a quel punto e fa sembrare tutto ciò che gli sta intorno più fermo.

È anche da qui che nasce Radici Profonde: Il legno dà struttura e stabilità e la carta intrecciata porta movimento, materia, irregolarità.

Non sono due materiali messi insieme perché “stanno bene”. Devono sostenersi.

Perché Radici non nasce per riempire un punto vuoto ma nasce perché quel punto possa trovare un centro.

Lo metti lì e lo sguardo sa dove fermarsi e quello che gli sta intorno sembra avere più senso.

E se lo togli, probabilmente non penseresti: “Qui manca una decorazione” ma sentiresti che quel punto ha perso qualcosa.

Ecco perché è fatto proprio così.

Perché legno, carta, intreccio e forma non devono soltanto costruire Radici ma devono costruire anche ciò che succede nello spazio quando Radici entra lì.





Quando un lavoro artigianale smette di essere soltanto ben fatto?La precisione conta.Un intreccio regolare, una finitura...
08/10/2026

Quando un lavoro artigianale smette di essere soltanto ben fatto?

La precisione conta.

Un intreccio regolare, una finitura pulita, una tecnica difficile eseguita bene con precisione chirurgica.

Ma a un certo punto, quando guardo un lavoro artigianale, mi faccio un’altra domanda:
perché è fatto proprio così?

Perché quella materia?
Perché quella tecnica?
Perché quella forma?

E soprattutto, forse la più sottile: tutte queste scelte stanno andando nella stessa direzione?

Perché un lavoro può essere eseguito benissimo e, allo stesso tempo, avere elementi che sembrano vivere per conto proprio.

Poi ci sono lavori in cui succede qualcosa di diverso:
la materia sostiene la forma, la tecnica sostiene ciò che l’oggetto deve fare, un dettaglio non è lì soltanto perché è bello.

Ha una ragione.

E tutte queste scelte, insieme, producono e generano una percezione precisa: il lavoro può sembrare più leggero, più raccolto, più materico, può avere una presenza diversa nello spazio, può risultare coerente oppure no.

È questo ciò che osservo.

Non osservo solo se qualcosa è fatto bene ma se materia, tecnica, forma e intenzione si sostengono, si valorizzano davvero tra loro.

E quando si sostengono/valorizzano fra loro il lavoro acquista identità.

E dietro alla buona esecuzione comincia a diventare riconoscibile uno sguardo.

Questo non significa decidere cosa sia bello perché
Il gusto resta assolutamente personale. Significa però imparare a guardare un po’ meglio.

La prossima volta che osservi un lavoro artigianale, oltre a chiederti: “È fatto bene?” prova ad aggiungere: “Perché è fatto proprio così?”

E magari: “Tutte le sue parti stanno dicendo la stessa cosa?”

Spesso è lì che cominciamo a vedere davvero il progetto.

•

Sono M.Giovanna, fondatrice di Gio’s e Art – Emozioni Artigianali®. Progetto e realizzo oggetti d’autore in carta intrecciata, legno e vetro. Nel mio lavoro materia, tecnica, forma e intenzione vengono progettate insieme, perché ogni scelta abbia una ragione e contribuisca a dare identità all’oggetto e allo spazio che lo accoglie.





Ci sono angoli di casa dove, sulla carta, non manca nulla:c’è un mobile, una parete sistemata. Magari una pianta, qualch...
01/10/2026

Ci sono angoli di casa dove, sulla carta, non manca nulla:
c’è un mobile, una parete sistemata. Magari una pianta, qualche libro, qualcosa scelto con cura.

Eppure ogni volta che li guardi senti che quel punto non ti restituisce molto.

Non è brutto. Non è vuoto.

È sistemato ma non è ancora risolto.

Semplicemente, sembra non avere ancora trovato il suo centro.

E spesso la prima reazione è aggiungere magari un altro vaso, una cornice. Qualcosa sulla parete. Un altro elemento da spostare finché la composizione non sembra più completa.

Ma non sempre è una questione di quantità.

A volte quello che manca è un punto fermo.

Qualcosa capace di raccogliere lo sguardo senza occupare tutto.

Qualcosa capace di dare peso a un angolo senza riempirlo.

Qualcosa che fa percepire che quello spazio non è soltanto stato arredato ma ha trovato una sua presenza.

È una differenza piccola da spiegare e molto facile da sentire.

Perché quando succede, non pensi per forza:

“Adesso è più bello.”

Più spesso senti semplicemente che adesso funziona.

Che ciò che c’è intorno sembra avere più senso.

Che quello spazio, prima un po’ anonimo, comincia finalmente a restituirti qualcosa.

Forse è anche per questo che non credo che una casa abbia sempre bisogno di altro.

A volte ha bisogno di qualcosa che le dia centro.

E da lì cambia tutto il resto.





Mi sono accorta che faccio sempre la stessa cosa.Posso avere davanti una bottiglia, della carta o una storia da racconta...
28/09/2026

Mi sono accorta che faccio sempre la stessa cosa.

Posso avere davanti una bottiglia, della carta o una storia da raccontare. Sembrano cose diverse, ma parto sempre da lì: guardo quello che c’è e mi chiedo se può esserci altro.

È successo con questa LÙAR.

La bottiglia aveva già avuto una funzione. La carta era già stata letta. Poi ho iniziato.

La carta è diventata intreccio, la bottiglia ha incontrato il legno e poco alla volta è comparsa una forma che prima non c’era.

Non avevo più davanti materiali separati.

Avevo davanti ciò che potevano diventare insieme.

Quando scrivo succede lo stesso: parto da ciò che accade tra le persone, osservo, ascolto e cerco quel particolare che cambia il modo in cui guardiamo ciò che è successo. Poi gli do forma con le parole.

Forse è per questo che il libro e una LÙAR, per me, non sono così lontani.

Cambia lo strumento, ma non cambia il modo in cui guardo.

Ma la trasformazione, per me, non finisce lì.

Posso finire questa LÙAR, accenderla sul banco e pensare: eccola.

Poi però deve uscire da qui.

Entra in una casa.

Non una casa perfetta. Una casa normale.

Trova posto su un mobile, accanto ai libri, vicino alla poltrona.

Fuori comincia a fare buio e qualcuno la accende.

La prima volta la guarda. Poi torna a ciò che stava facendo.

Legge. Parla. Prepara la cena. Passa da una stanza all’altra.

Il giorno dopo la riaccende. E poi ancora.

Finché a un certo punto non pensa più:

“Guarda che lampada particolare.”

È diventata quella luce lì.

Quella che accende la sera.

Quella che rende riconoscibile un angolo della casa.

Quella che, se un giorno non ci fosse, farebbe sembrare quello stesso angolo un po’ diverso.

Credo che sia questo il passaggio che cercavo.

Non voglio rendere ordinario ciò che creo.

Voglio che possa diventare naturale viverci insieme.

Perché è lì che una LÙAR smette di essere soltanto qualcosa che ho trasformato io.

Entra in una casa, trova il suo posto, viene accesa ogni giorno.

E la trasformazione continua.

Non più tra le mie mani.

Continua nella vita di chi la sceglie.





L’attimo prima.Durante la presentazione del libro, una donna mi ha fatto una domanda:«E se avessimo paura proprio dell’a...
22/09/2026

L’attimo prima.

Durante la presentazione del libro, una donna mi ha fatto una domanda:
«E se avessimo paura proprio dell’attimo prima di capire davvero?»

Mi sono fermata.

Perché finché ragioniamo su qualcosa, possiamo ancora tenerlo a distanza.
Possiamo analizzarlo, raccontarlo, raccontarcela, cercare spiegazioni.

Poi arriva un momento in cui non stiamo più soltanto ragionando. Lo vediamo. E quando succede, far finta di niente diventa molto più difficile.

Poco dopo è intervenuta una ragazzina. Avrà avuto 12, forse 14 anni.

Mi ha guardata e mi ha chiesto:
«Ma tu, mentre scrivevi il libro, hai avuto difficoltà ad attraversare quell’attimo?»

Colpita e affondata.

Perché in un secondo la domanda era tornata indietro.
A me.

E sì. Credo di aver attraversato anch’io quell’attimo più volte mentre scrivevo.

Oggi ci ho ripensato leggendo qualcosa su Mabon.
Non mi interessa il rito. Mi ha colpito una parola:

soglia.

E improvvisamente quelle due domande della presentazione mi sono tornate davanti.
Forse stavamo parlando proprio di questo: del momento in cui qualcosa non può più restare esattamente com’era.

E mentre ci pensavo mi sono accorta di una cosa:
forse è proprio la soglia il luogo in cui lavoro da sempre.

Quando intreccio la carta, guardo quello che ho davanti e immagino cosa può diventare.
Quando recupero una bottiglia, non vedo soltanto qualcosa che ha finito il suo compito. Posso vedere una LÙAR.
Quando scrivo faccio qualcosa di molto simile: osservo ciò che accade nelle persone, nelle relazioni, in quei passaggi che non riusciamo subito a nominare.

Cambia lo strumento, ma non cambia il modo in cui guardo.

Vedere oltre la prima forma delle cose.

A volte significa trasformare della materia.
Altre volte significa accorgersi che ciò che avevamo sempre guardato in un certo modo, forse, ci sta raccontando altro.

Ed è qui che torno a quella prima domanda:
forse non è il capire a farci paura.
Forse è sapere che, dopo aver capito davvero, qualcosa non potrà più essere guardato come prima.

C’è qualcosa che hai già capito ma che continui a tenere sulla soglia proprio per questo?

Non serve rispondere qui. A volte basta accorgersene.

Quante delle cose che oggi chiami “sono fatta così” sono davvero te… e quante cose sono, invece, modi che hai imparato p...
01/09/2026

Quante delle cose che oggi chiami “sono fatta così” sono davvero te… e quante cose sono, invece, modi che hai imparato per proteggerti?

Da questa domanda passa una parte importante di Quando il corpo smette di difendersi.

Un libro che attraversa il rapporto tra corpo e relazioni e utilizza il secondo chakra come filo conduttore per parlare di confini, desiderio, piacere, capacità di ricevere e di tutte quelle forme di protezione che, in un momento della nostra vita, possono esserci servite.

Ma cosa succede quando continuiamo a proteggerci anche quando non ne abbiamo più bisogno?

Il 18 settembre ne parleremo insieme a Padova.

Entreremo nei temi del libro, nel modo in cui il corpo può reagire prima ancora che riusciamo a comprendere razionalmente ciò che sta accadendo e in quella differenza, spesso sottile, tra ciò che siamo e ciò che abbiamo imparato a fare per proteggerci.

Vi racconterò anche cosa c’è dietro queste pagine e leggerò alcuni passaggi del libro.

Non per cercare relazioni perfette.

Ma per tornare a relazioni vive, nelle quali essere in relazione con l’altro non significhi perdere il contatto con noi stessi.

18 settembre 2026 · ore 18:30
Bastione Alicorno · Padova
Ingresso: Giardini Alicorno dal Piazzale Santa Croce

Al termine della presentazione ci sarà spazio per le vostre domande e per il firmacopie.

LE LÙAR DELLA GIÒ.Non sono nate perché mancavano lampade ma sono nate perché continuavo a vedere materia che aveva ancor...
22/08/2026

LE LÙAR DELLA GIÒ.

Non sono nate perché mancavano lampade ma sono nate perché continuavo a vedere materia che aveva ancora qualcosa da dire.

Una bottiglia finita.
Carta già letta.
Materiali che normalmente avrebbero concluso lì la loro storia.

Io li guardo e penso sempre la stessa cosa:

non hanno finito.

La carta diventa cannuccia.
La cannuccia diventa intreccio.
L’intreccio incontra una bottiglia recuperata.

E poi arriva la luce.

È lì che per me succede qualcosa di importante: ciò che era destinato a essere scartato non viene semplicemente riutilizzato.

🌀Cambia funzione, cambia presenza, cambia il modo in cui abita uno spazio.

Già dal principio le ho chiamate LÙAR.

Sono le lampade di Giò’s e Art, costruite una alla volta, senza cercare di renderle identiche.

Perché la materia recuperata porta già con sé delle differenze e io non voglio cancellarle.

Voglio trasformarle.

LÙAR.
Luce nata da materia trasformata.

Forse è proprio questo che mi interessa da sempre: vedere cosa può ancora diventare qualcosa che sembrava aver già finito il suo compito.





📍 LA MATERIA LASCIA TRACCE.Quando intreccio la carta, non cerco di farle dimenticare ciò che era o di nasconderla:qualch...
13/08/2026

📍 LA MATERIA LASCIA TRACCE.

Quando intreccio la carta, non cerco di farle dimenticare ciò che era o di nasconderla:
qualche volta rimane una parola.. un bordo più scuro, una piega, una parte stampata che compare proprio dove non l’avevo progettata o pensata.

Sì certo, potrei cercare di uniformare tutto ma il punto è che perderei proprio quello che mi interessa.

Perché quando un materiale viene trasformato, non deve per forza sembrare nuovo.

Può continuare a raccontare da dove arriva.

È una cosa che osservo spesso mentre lavoro: trasformare non significa cancellare.

Significa dare una forma nuova a ciò che esisteva già.

Forse è proprio per questo che continuo a scegliere la carta.

Perché anche dopo essere stata tagliata, arrotolata e intrecciata… lei lascia tracce.

E alcune, vale la pena lasciarle visibili.





📍 C’È UN ANGOLO DELLA CASA CHE AVEVI RITROVATO.Per qualche settimana ti ha fatto respirare e passandoci davanti pensavi:...
03/08/2026

📍 C’È UN ANGOLO DELLA CASA CHE AVEVI RITROVATO.

Per qualche settimana ti ha fatto respirare e passandoci davanti pensavi: “ecco. Adesso mi somiglia.”

Poi sono tornate le giornate piene, hai appoggiato una cosa. Poi un’altra.

E, quasi senza accorgertene, quello spazio è tornato come prima.

Succede. Ma non perché non siamo capaci di cambiare
ma perché anche le trasformazioni hanno bisogno di essere abitate.

È lo stesso motivo per cui intreccio la carta lentamente.

Il punto è che una cannuccia, da sola, non diventa una LÙAR, per esempio.

È il gesto che ritorna, ogni volta, a darle forma.

Credo che succeda anche nelle nostre case e forse anche dentro di noi.
Le trasformazioni non chiedono di essere ricominciate.

Chiedono di essere ricordate.

Per questo è nata Evoluzioni, nel 2022. Non per riempire la tua email ma per aiutarti a custodire ciò che aveva già iniziato a somigliarti.





E continui a passarci davanti.Può essere un angolo, un oggetto, un mobile o una disposizione che da tempo non ti rappres...
01/08/2026

E continui a passarci davanti.

Può essere un angolo, un oggetto, un mobile o una disposizione che da tempo non ti rappresenta più. Lo riconosci, ma resta lì: per abitudine, affetto, senso di colpa o semplice rinvio.

Ho creato “Ciò che non ti somiglia più”, un percorso gratuito che riceverai iscrivendoti a Evoluzioni.

Ti accompagnerà a scegliere un solo punto della casa, comprendere che cosa continui a mantenere e compiere un gesto concreto per rimetterlo in movimento.

Non dovrai rifare casa. Non dovrai acquistare nulla né trasformare tutto. Partirai da ciò che c’è.

Non è un esercizio di ordine né un invito a eliminare ciò a cui tieni. È un modo per riconoscere che cosa, oggi, merita ancora il tuo spazio.

Non serve iniziare da tutta la casa. Serve iniziare da quel punto.

Iscriviti a Evoluzioni, conferma la tua email e ricevi il PDF.

Entrando in Evoluzioni riceverai anche la mia Lettera dedicata alla casa, ai gesti, agli oggetti e ai cambiamenti che iniziano quando smettiamo di vivere i nostri spazi in modo automatico.

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