09/10/2026
LA CARTELLA
Che cosa c’è in una casa? Beh, la prima risposta, la più ovvia, è semplice: in una casa c’è tutto quello che serve per vivere. Letti, armadi, abiti, pentole, elettrodomestici, coperte, lenzuola, stoviglie, bicchieri e posate. Se questa affermazione fosse vera, l’elenco sarebbe praticamente terminato, ma a quanto pare c’è qualcosa che non quadra, perché in tutta la mia vita non credo che mi sia mai capitato di entrare in una casa così essenziale e scarna, e non parlo solo di case visitate per lavoro, ma anche di quelle di amici e conoscenti.
Nelle case ci sono abiti, certo, ma molti di più di quelli che servono per coprirsi e uscire per la strada… nel mio armadio, per esempio, c’è ancora quella maglietta che ho comprato a New York quando avevo diciotto anni, c’è il golf di cashmere di mio fratello pieno di buchi, c’è la gonna rossa che ho acquistato in un momento di allegria e che ho messo due volte… potrei continuare l’elenco, ma sarebbe inutile. Sono semplicemente abiti che non metterò mai più, ma che non ho il coraggio né la voglia di buttare. Non stanno lì perché li uso per coprirmi, ma mi servono lo stesso, per altri motivi.
Va bene, forse io sono un caso patologico, quindi lasciamo l’armadio e passiamo alle altre stanze. Nelle case – e di certo non solo nella mia – ci sono i serviti “buoni” della nonna e della mamma, spesso mai usati, ma “di famiglia”, ci sono i ricordi di viaggio, le foto in cornice, le bomboniere, i soprammobili, ognuno con il suo pezzetto di vita. Ci sono i quadri. Servono a qualcosa, i quadri? No di certo. L’essere umano ha bisogno di mangiare, di ripararsi dalle intemperie, di un posto sicuro in cui riposare, tutto qui: eppure non credo di avere mai visto una casa senza qualcosa appeso alle pareti, senza un’immagine sulla quale posare gli occhi per rilassarsi, per consolarsi, per ricordare. E poi ci sono i libri: a volte solo qualcuno, come visitatori capitati per caso, a volte a migliaia, a invadere tutte le pareti e le superfici libere. I libri prendono spazio e trattengono la polvere, quindi a cosa servono? Non voglio rispondere a questa domanda nemmeno per scherzo, tanto avete capito dove voglio andare a parare 😉
Il punto è che nelle case, in tutte le case, c’è quello che serve per vivere, ma noi non viviamo solo di necessità primarie. Per tenere insieme tutta la narrazione della nostra vita - e non solo di quella remota, ma anche del momento spensierato vissuto l’estate scorsa - abbiamo bisogno di punti fermi, di pietre focaie dalle quali sprizzino scintille, di oggetti che evochino ricordi e ci rammentino che siamo sempre noi, che i nostri affetti sono stati reali e le nostre emozioni sono ancora vive. Ve lo dice una che si è quasi messa a piangere quando ha trovato il pentolino di latta nel quale la mamma si scaldava sempre la sua tazza di brodo irrimediabilmente bruciato dalla noncuranza di qualcuno…
Le case che visito per lavoro sono queste, ma con un tocco di malinconia in più dovuto al declino, al presentimento dell’abbandono e della fine di un’epoca. Spesso non sono case facili, perché bisogna muoversi in mezzo ai dubbi e al dolore di chi rimane, sgomento e indeciso su quali ricordi adottare e fare propri, e quali lasciare andare verso una nuova vita.
Per entrare in una casa così, in una radiosa, gloriosa mattinata di fine settembre ci siamo inerpicati a piedi su e giù per le stradine del centro storico di Arezzo, armati soltanto di robusti sacchi di plastica, di carta di giornale e di tanta curiosità… perché è legittima, la curiosità professionale, quando si entra in una casa sconosciuta, basta che non sia invasiva e soprattutto che non urti i sentimenti di chi ti apre la porta.
Chi ti fa entrare in una casa come questa, per quanto sia bella, luminosa, piena di terrazze di certo un tempo verdi di piante ed affacciata ad abbracciare tutto il panorama della città, non ti sta invitando a pranzo o a fare un giro turistico. Queste spesso sono case dove non si può più fare neanche un caffè, perché il caffè è scomparso dalla dispensa da tempo, e a volte non c’è più nemmeno il gas, o l’acqua corrente. La persona che ti apre la porta, però, ti sta facendo un regalo molto più grande di un pranzo in terrazza o di un caffè servito nelle tazzine buone: ti sta affidando un lasciapassare per la sua intimità, o per quella di qualcuno che gli era caro. Ti permette di frugare nei sacchetti in cui la padrona di casa custodiva la bigiotteria, quella che usava sempre e quella che aveva messo solo qualche volta, nelle occasioni speciali, e di aprire il cofanetto dei rosari, delle medagliette, dei souvenir di vecchi pellegrinaggi. Ti permette di immaginare la sua vita, i pranzi e le cene sempre più solitarie, prima in sala da pranzo e poi nel tinello luminoso, via via che la famiglia si restringeva, e le feste e i Natali con l’albero, dei quali resta, miracoloso superstite, il puntale di vetro. E quando hai girato per tutta la casa, hai contato i bicchieri e le tazze da tè, hai imballato le posate, le cornici e le porcellane, la persona che ti ha aperto la porta ti accompagna ancora in un altro mondo: ti spalanca l’ingresso di un’enorme soffitta, dove la realtà cambia faccia per l’ennesima volta. Per almeno cinquant’anni, sembra che niente sia stato gettato via. Sci, scarponi, biciclette, pentole a pressione, giochi da tavolo, dischi a 45 giri… tutto è stato conservato, non custodito, perché poco a poco devono essere mancate le forze per farlo, ma conservato, stivato, tenuto stretto, come a voler fermare il corso della vita, o a non arrendersi al suo trascorrere. Sedotta da quello spettacolo, facendomi luce con il telefono mi sono avventurata a scavalcare i detriti, le pile di carta e gli scatoloni sigillati coperti di polvere, che resteranno per sempre misteriosi, e ne sono riemersa con un unico reperto che non ho potuto abbandonare: una cartella di scuola degli anni ’70 conservata intatta, simile a quella che avevo io, ma più bella, con dentro l’intero corredo di un bambino di prima elementare, il libro di lettura, il libro di aritmetica, i quaderni, i disegni, l’astuccio…
Se vi sembra strano che trai tanti oggetti che ho acquistato mi sia portata via anche la cartella di scuola di un bambino di tanti anni fa, ricordatevi che io sono quella che ogni settimana scrive queste storie, quella che compra e vende senza smettere di credere che gli oggetti siano portatori sani, anzi sanissimi, di vita e di emozioni che si rinnovano sempre, e anche quella che ha un nuovo pentolino in cui scaldare il latte e il brodo, ma non ha mai dimenticato quello che metteva sul fuoco la sua mamma…
Buon fine settimana, amici miei, un abbraccio a tutti! 🤗❤