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Antonella Pratesi Antichità Antiquariato, oggettistica, curiosità, bigiotteria vintage, giocattoli, vecchie decorazioni di Nata

LA CARTELLAChe cosa c’è in una casa? Beh, la prima risposta, la più ovvia, è semplice: in una casa c’è tutto quello che ...
09/10/2026

LA CARTELLA

Che cosa c’è in una casa? Beh, la prima risposta, la più ovvia, è semplice: in una casa c’è tutto quello che serve per vivere. Letti, armadi, abiti, pentole, elettrodomestici, coperte, lenzuola, stoviglie, bicchieri e posate. Se questa affermazione fosse vera, l’elenco sarebbe praticamente terminato, ma a quanto pare c’è qualcosa che non quadra, perché in tutta la mia vita non credo che mi sia mai capitato di entrare in una casa così essenziale e scarna, e non parlo solo di case visitate per lavoro, ma anche di quelle di amici e conoscenti.
Nelle case ci sono abiti, certo, ma molti di più di quelli che servono per coprirsi e uscire per la strada… nel mio armadio, per esempio, c’è ancora quella maglietta che ho comprato a New York quando avevo diciotto anni, c’è il golf di cashmere di mio fratello pieno di buchi, c’è la gonna rossa che ho acquistato in un momento di allegria e che ho messo due volte… potrei continuare l’elenco, ma sarebbe inutile. Sono semplicemente abiti che non metterò mai più, ma che non ho il coraggio né la voglia di buttare. Non stanno lì perché li uso per coprirmi, ma mi servono lo stesso, per altri motivi.

Va bene, forse io sono un caso patologico, quindi lasciamo l’armadio e passiamo alle altre stanze. Nelle case – e di certo non solo nella mia – ci sono i serviti “buoni” della nonna e della mamma, spesso mai usati, ma “di famiglia”, ci sono i ricordi di viaggio, le foto in cornice, le bomboniere, i soprammobili, ognuno con il suo pezzetto di vita. Ci sono i quadri. Servono a qualcosa, i quadri? No di certo. L’essere umano ha bisogno di mangiare, di ripararsi dalle intemperie, di un posto sicuro in cui riposare, tutto qui: eppure non credo di avere mai visto una casa senza qualcosa appeso alle pareti, senza un’immagine sulla quale posare gli occhi per rilassarsi, per consolarsi, per ricordare. E poi ci sono i libri: a volte solo qualcuno, come visitatori capitati per caso, a volte a migliaia, a invadere tutte le pareti e le superfici libere. I libri prendono spazio e trattengono la polvere, quindi a cosa servono? Non voglio rispondere a questa domanda nemmeno per scherzo, tanto avete capito dove voglio andare a parare 😉

Il punto è che nelle case, in tutte le case, c’è quello che serve per vivere, ma noi non viviamo solo di necessità primarie. Per tenere insieme tutta la narrazione della nostra vita - e non solo di quella remota, ma anche del momento spensierato vissuto l’estate scorsa - abbiamo bisogno di punti fermi, di pietre focaie dalle quali sprizzino scintille, di oggetti che evochino ricordi e ci rammentino che siamo sempre noi, che i nostri affetti sono stati reali e le nostre emozioni sono ancora vive. Ve lo dice una che si è quasi messa a piangere quando ha trovato il pentolino di latta nel quale la mamma si scaldava sempre la sua tazza di brodo irrimediabilmente bruciato dalla noncuranza di qualcuno…

Le case che visito per lavoro sono queste, ma con un tocco di malinconia in più dovuto al declino, al presentimento dell’abbandono e della fine di un’epoca. Spesso non sono case facili, perché bisogna muoversi in mezzo ai dubbi e al dolore di chi rimane, sgomento e indeciso su quali ricordi adottare e fare propri, e quali lasciare andare verso una nuova vita.
Per entrare in una casa così, in una radiosa, gloriosa mattinata di fine settembre ci siamo inerpicati a piedi su e giù per le stradine del centro storico di Arezzo, armati soltanto di robusti sacchi di plastica, di carta di giornale e di tanta curiosità… perché è legittima, la curiosità professionale, quando si entra in una casa sconosciuta, basta che non sia invasiva e soprattutto che non urti i sentimenti di chi ti apre la porta.
Chi ti fa entrare in una casa come questa, per quanto sia bella, luminosa, piena di terrazze di certo un tempo verdi di piante ed affacciata ad abbracciare tutto il panorama della città, non ti sta invitando a pranzo o a fare un giro turistico. Queste spesso sono case dove non si può più fare neanche un caffè, perché il caffè è scomparso dalla dispensa da tempo, e a volte non c’è più nemmeno il gas, o l’acqua corrente. La persona che ti apre la porta, però, ti sta facendo un regalo molto più grande di un pranzo in terrazza o di un caffè servito nelle tazzine buone: ti sta affidando un lasciapassare per la sua intimità, o per quella di qualcuno che gli era caro. Ti permette di frugare nei sacchetti in cui la padrona di casa custodiva la bigiotteria, quella che usava sempre e quella che aveva messo solo qualche volta, nelle occasioni speciali, e di aprire il cofanetto dei rosari, delle medagliette, dei souvenir di vecchi pellegrinaggi. Ti permette di immaginare la sua vita, i pranzi e le cene sempre più solitarie, prima in sala da pranzo e poi nel tinello luminoso, via via che la famiglia si restringeva, e le feste e i Natali con l’albero, dei quali resta, miracoloso superstite, il puntale di vetro. E quando hai girato per tutta la casa, hai contato i bicchieri e le tazze da tè, hai imballato le posate, le cornici e le porcellane, la persona che ti ha aperto la porta ti accompagna ancora in un altro mondo: ti spalanca l’ingresso di un’enorme soffitta, dove la realtà cambia faccia per l’ennesima volta. Per almeno cinquant’anni, sembra che niente sia stato gettato via. Sci, scarponi, biciclette, pentole a pressione, giochi da tavolo, dischi a 45 giri… tutto è stato conservato, non custodito, perché poco a poco devono essere mancate le forze per farlo, ma conservato, stivato, tenuto stretto, come a voler fermare il corso della vita, o a non arrendersi al suo trascorrere. Sedotta da quello spettacolo, facendomi luce con il telefono mi sono avventurata a scavalcare i detriti, le pile di carta e gli scatoloni sigillati coperti di polvere, che resteranno per sempre misteriosi, e ne sono riemersa con un unico reperto che non ho potuto abbandonare: una cartella di scuola degli anni ’70 conservata intatta, simile a quella che avevo io, ma più bella, con dentro l’intero corredo di un bambino di prima elementare, il libro di lettura, il libro di aritmetica, i quaderni, i disegni, l’astuccio…

Se vi sembra strano che trai tanti oggetti che ho acquistato mi sia portata via anche la cartella di scuola di un bambino di tanti anni fa, ricordatevi che io sono quella che ogni settimana scrive queste storie, quella che compra e vende senza smettere di credere che gli oggetti siano portatori sani, anzi sanissimi, di vita e di emozioni che si rinnovano sempre, e anche quella che ha un nuovo pentolino in cui scaldare il latte e il brodo, ma non ha mai dimenticato quello che metteva sul fuoco la sua mamma…

Buon fine settimana, amici miei, un abbraccio a tutti! 🤗❤

Finalmente una gita, finalmente una piccola avventura fuori dalle mura della mia città, non tanto lontano, ma abbastanza...
07/10/2026

Finalmente una gita, finalmente una piccola avventura fuori dalle mura della mia città, non tanto lontano, ma abbastanza da sentirsi un po’ in vacanza. Arezzo è una città bellissima e faticosa, con tutte quelle salite e discese e il freddo pungente d’inverno… l’ho conosciuta bene durante i tempi eroici della mia giovinezza, quando per qualche anno ho partecipato alla celeberrima fiera antiquaria che ancora si svolge nel centro storico… questa gita fuori porta in esplorazione di una casa aretina, però, ve la racconterò per bene venerdì. Oggi mando in avanscoperta queste due tazzine prodotte proprio ad Arezzo negli anni ’50 dal maestro ceramista Leonardo Bonaccorso, che qui fu attivo con una sua manifattura solo dal 1954 al 1959. Dipinte sul fondo delle tazze e dei piattini, si ammirano le architetture e i paesaggi del Casentino, toscanissimi, ma ad un occhio allenato un po’ diversi da quelli del Chianti, più aspri, con un rigore e una semplicità che sa già di montagna. Perfette e molto decorative, sono in vendita a € 35,00 l’una.

Buon mercoledì a tutti, ci sentiamo venerdì per la storia tutta intera! 🤗❤

FIOR DI LOTOC’era una volta… se questa fosse una fiaba, sarebbe una di quelle più classiche, una di quelle in cui si mes...
02/10/2026

FIOR DI LOTO

C’era una volta… se questa fosse una fiaba, sarebbe una di quelle più classiche, una di quelle in cui si mescolano orrore e meraviglia, e che al giorno d’oggi vengono censurate ed edulcorate per non impressionare i bambini. Però non si tratta di una vera e propria fiaba, piuttosto di una leggenda nera, creata per attribuire un’origine a una delle usanze più crudeli della storia recente, che tanto per cambiare ha come protagonista il genere femminile: la fasciatura dei piedi a cui sono state sottoposte milioni di donne cinesi. Anzi, per essere precisi le leggende sono due, una più poetica e l’altra più cruda, e ve le racconterò entrambe per darvi un’idea chiara del contesto nel quale ci troviamo.

La prima leggenda si svolge nella Cina del decimo secolo, e narra di una ballerina dai piedi minuscoli chiamata “Preziosa”, o “Cosa preziosa” – non so come tradurlo meglio in italiano 😅 – che incantava tutti danzando dentro un fiore di loto d’oro alto due metri ricoperto di pietre preziose, perle e nappe di seta. Per avere piedi piccoli e dalla forma affusolata, “Preziosa” li teneva avvolti e stretti in fasce di seta, e il suo aspetto così minuto e leggiadro finì per attirare l’attenzione del principe Li Yu. Dal momento che all’epoca – e per molti altri secoli a ve**re – in Cina l’unica prospettiva per salvare una donna dalla miseria era quella di combinare un buon matrimonio, o quantomeno di guadagnarsi la protezione di un uomo potente, tutte le altre donne cominciarono ad invidiarla e ad attribuire il suo fascino e la sua fortuna ai suoi piedini da fata, modellati per assomigliare a un petalo di fiore di loto nella forma come nella misura. Secondo questa bella favola crudele, fu proprio cercando un modo per imitare i piedi della nostra preziosa e fortunata ballerina che nacque la tradizione delle scarpe oggi note come “loto”, un nome poetico che nasconde un vero e proprio strumento di tortura che afflisse le donne cinesi fino al XIX secolo inoltrato.

Ma come funzionava in pratica questo supplizio celato dietro un paio di graziose, minuscole scarpette ricamate come quelle che potete ammirare nelle immagini? Beh, naturalmente per poter arrivare a sfoggiare il tanto desiderato piedino “a fior di loto” era necessario iniziare da piccole, e già tra i cinque e i sette anni, quando il piede era già formato ma ancora flessibile, una donna esperta in questa pratica veniva incaricata di fasciare strettamente entrambi i piedi delle bambine. Subito dopo, a queste veniva imposto il primo paio di scarpette loto, di norma confezionate dalla madre con i materiali più pregiati che si potesse permettere. La suola di legno veniva ricoperta di strati di cotone, mentre la tomaia era tradizionalmente realizzata in seta ricamata con motivi benaugurali come, nel nostro caso, il celeberrimo Cane di Fo. I piedini delle bimbe venivano quindi serrati in una specie di morsa che ne impediva lo sviluppo e ne piegava la forma, impedendo loro di fatto di camminare se non a costo di dolori lancinanti… figuriamoci di correre o di giocare come dovrebbe essere naturale per tutti i bambini del mondo!
Questa pratica disumana, naturalmente, proseguiva nel corso degli anni: mentre erano costrette a camminare a piccolissimi passi, spesso sorrette da un bastone e comunque a rischio di infezioni di ogni genere, le bambine diventavano ragazze convinte che questa oggettiva deformità le avrebbe aiutate a trovare un buon partito, perché gli uomini disprezzavano le donne con i piedi grandi, le trovavano volgari e indegne di essere sposate. Pensate soltanto che la misura ideale di un “piede di loto” doveva assestarsi al di sotto degli otto centimetri! Eppure, nonostante la sofferenza, le possibili infezioni e la disabilità a cui erano costrette, molte ragazze cinesi finivano per sposare la tradizione consapevolmente. Appena ne erano in grado, iniziavano a fabbricarsi da sole il corredo di scarpe necessario – quattro paia per stagione era considerato un numero appropriato – e a volte prendevano addirittura parte a delle competizioni, una sorta di “concorsi di bellezza” che premiavano il piede più piccolo e più aggraziato.

Vi ho raccontato una storia terribile, lo so, ed è ancora più disturbante se la associamo a un paio di scarpette dalla grazia tutta orientale, che potrebbero sembrare innocue, pensate e costruite per il piede di un bambino molto piccolo, e invece nascondono tanto inutile dolore, tanta sofferenza in nome di una delle innumerevoli usanze che nei secoli hanno costretto e penalizzato il corpo femminile, spesso con il consenso ingenuo e inconsapevole delle donne stesse, magari in nome della moda… basti pensare, per citare solo qualche esempio, ai busti vittoriani stretti fino allo svenimento, o alle creme a base di piombo o di arsenico per sbiancare la pelle che in passato hanno mietuto tante vittime innocenti. Non posso fare a meno di pensare a quanto fossero inermi, queste donne prigioniere dei loro piedi “a fior di loto”: desiderabili come le voleva la società del tempo, ma impossibilitate a scappare di fronte a un pericolo, un incendio o un qualunque aggressore malintenzionato.

Sono un reperto prezioso, queste scarpe loto che ho scoperto in una delle tante case che visito in cerca di oggetti speciali, preziose come il nome della prima ballerina che le indossò danzando sulle punte per il principe Li Yu, e per più di un motivo: perché sono manufatti ottocenteschi davvero rari e in ottime condizioni, ma anche perché sono oggetti che raccontano una storia femminile lunga secoli, complessa e ricca di sfaccettature, che sembra lontana ma ci riguarda in fondo tutte da vicino… perché chi di noi può dire di non essersi mai sottoposta a qualche sacrificio doloroso in nome della moda, dell’omologazione rassicurante, della seduzione o dell’accettazione sociale? E’ una domanda retorica, lo so, e chi non si sente chiamato in causa ha davvero la mia massima stima.

A questo punto, il lettore più attento potrebbe chiedersi: e la seconda leggenda che ci avevi anticipato, quella più cruda e spietata sull’origine dei piedi “a fior di loto”, che fine ha fatto? Non l’ho dimenticata, ma l’ho voluta lasciare per ultima perché ci lascia con una morale che mette tutto in discussione.

Si narra, infatti, che un’Imperatrice cinese affetta da un piede deforme, stufa di essere derisa dalle altre donne, un giorno abbia confidato al suo regale consorte che la sua unica consolazione sarebbe state vederle tutte con i piedi storpiati come lei. L’Imperatore la prese in parola, e per compiacerla decretò che tutte le donne da quel giorno dovessero fasciarsi i piedi.

Niente grazia e leggiadria, niente fiori di loto dorati e pietre preziose: in primo piano questa volta c’è un dolore atroce protratto per secoli e un’insopportabile disabilità, una condanna arrivata dall’alto alla quale non si può sfuggire… dentro di sé, lo sapevano bene le donne cinesi quanto gli era costato questo lunghissimo sacrificio.
Le scarpe loto dell’ottocento che ancora lo testimoniano, lunghe appena una decina di centimetri, sono in vendita a € 150,00.

Buon fine settimana, amici miei, spero che questa storia così crudele da sembrare una fiaba di quelle più nere vi sia piaciuta… un abbraccio a tutti, ci sentiamo mercoledì! 🤗❤

PICCOLI OGGETTI CHE ADOROCi sono cose che mi piacciono in un modo speciale, in un modo che non so descrivere ma che ha s...
30/09/2026

PICCOLI OGGETTI CHE ADORO

Ci sono cose che mi piacciono in un modo speciale, in un modo che non so descrivere ma che ha sicuramente a che fare con qualcosa di molto lontano e molto profondo, come un sogno, un’emozione o un ricordo infantile.
Questo piatto che ho ritrovato in magazzino, per esempio, ha fatto avanti e indietro dal negozio per ben diciassette anni: in questo lunghissimo lasso di tempo non credo che nessuno l’abbia mai notato né chiesto, eppure io continuo ostinatamente a trovarlo delizioso. Non so cos’è che mi seduce di preciso: di certo molto del fascino si sprigiona da quelle due figurine da ballo in maschera della belle époque, metà insetti e metà personaggi di fiaba, una farfalla e una falena che si scambiano chissà quali segreti, ma anche lo sfondo di un azzurro così irreale da fondersi nell’onirico e i brillantini sparsi qua e là, un po’ coriandoli e un po’ firmamento, hanno la loro parte nella fascinazione.

E’ un piatto di ceramica decorato a découpage chissà quando e chissà da chi, un piattino che costa solo € 25,00 € e che in diciassette anni nessuno ha mai acquistato, eppure mi suscita qualcosa, un’emozione che resta sempre sulla punta della lingua senza mai arrivare alla coscienza… chissà se a qualcuno di voi farà lo stesso effetto?

Buon mercoledì, un abbraccio a tutti! 🤗❤

AVVERTENZA AI LETTORI:In un certo senso, oggi è come se si parlasse di stracci 😉, però, se potete, non fatevi impression...
25/09/2026

AVVERTENZA AI LETTORI:

In un certo senso, oggi è come se si parlasse di stracci 😉, però, se potete, non fatevi impressionare dalle immagini poco estetiche e un po’ raccapriccianti per chi non è del settore 😆. E’ chiaro che ho scritto questa storia pensando alla mia pagina “Storie di giocattoli per collezionisti emotivi”, però, via via che la scrivevo, mi è venuta voglia di condividerla anche con voi, soprattutto per due motivi: perché mi fa piacere portarvi nel mio mondo e farvi capire che cosa mi muove, in certi casi, quando le acquisto, e perché a volte le bambole sono solo un pretesto per raccontare una storia, o il simbolo di qualcos’altro, del dispiacere che si può provare per chi – o cosa – è stato dimenticato, per esempio, oppure del desiderio di riscattare l’insignificante, e specularmente di essere riscattati e finalmente visti.
Quindi fatevi coraggio e andate avanti, e spero che non ve ne pentirete!

I CASI DELLA VITA

Non vi spaventate, c’è un motivo se oggi pubblico queste bambole: c’è un motivo e soprattutto c’è una storia. Lo so, sono molto malridotte e hanno senz’altro visto tempi migliori. Di solito quando per qualche motivo mi capitano delle bambole in questo stato le vendo direttamente a chi ha bisogno di pezzi di ricambio, ma questa volta ho fatto un’eccezione, e adesso capirete perché.

E’ successo tutto un paio di settimane fa, in un martedì mattina come tanti altri. Martedì è una delle mie giornate libere dal negozio, e indovinate un po’ come la impiego? Sì, proprio così, se non è uno di quei giorni fortunati in cui posso andarmene in giro a caccia di oggetti da acquistare, la passo tutta in mezzo alle bambole, a ripararle, a rivestirle, a fare qualche ricerca. Quel martedì in particolare stavo cercando di fare un po’ d’ordine, riorganizzando lo spazio, spolverando scaffali e soprattutto preparando scatole da portare in magazzino. Faceva ancora caldo, il lavoro era faticoso, e quindi mi ero vestita in una delle mie peggiori tenute “da battaglia”, in maglietta e pantaloncini. Per fortuna la macchina era parcheggiata davanti a casa, proprio dall’altra parte del marciapiede, e questo rendeva più semplice il trasporto delle scatole nel bagagliaio.
Durante i miei viaggi avanti e indietro avevo notato un gruppetto di persone fermo a chiacchierare davanti al portone di un bel villino ottocentesco di pietra, di quelli che piacciono a me. Non li conoscevo, ma nei giorni precedenti mi ero accorta di un certo fermento intorno all’abitazione: c’erano spesso vecchi mobili e masserizie impolverate, di certo appena uscite da una cantina, accatastate lungo il marciapiede in attesa del ritiro della nettezza urbana, e insomma si capiva da tanti dettagli che la casa era in procinto di essere svuotata.
In un momento di pausa, mentre sudata e spettinata stavo cercando di sistemare al meglio i miei scatoloni, mi sono arrivate all’orecchio le parole delle tre persone ferme sulla porta della bella casa dal destino sconosciuto. Parlavano di bambole. Sul momento ero così sorpresa che ho pensato di aver capito male… ma no, parlavano proprio di bambole, e dopo un attimo di esitazione non ce l’ho fatta a non intromettermi:
“Scusate se mi permetto, ma ho sentito parlare di bambole, e io sono un’appassionata… se avete bisogno di un aiuto o di qualche consiglio sono a disposizione.”

Detto fatto. Un attimo dopo, sporca e male in arnese come mi trovavo, ero dentro il villino misterioso, e un po’ per volta i miei gentili ospiti mi avrebbero raccontato tutta la storia. La casa apparteneva alla mamma, che era venuta a mancare da poco lasciandola in eredità alle due figlie. Il villino all’interno era proprio come me lo ero immaginato, intatto dalla sua costruzione, con un bel giardino ormai selvatico sul retro e una grande scala che portava al piano di sopra. Nelle stanze, la confusione che ci aspetta nelle case che devono essere svuotate dopo decenni di vita: oggetti appoggiati ovunque, quadri accatastati e tanti interrogativi. Questo lo tengo o me ne libero? Avrà un valore, potrò venderlo, e se lo tengo ci sarà spazio nella casa nuova?
Già, perché l’intenzione delle due sorelle era quella di ristrutturare il villino, dividerlo in due appartamenti e venirci ad abitare, ma in questi casi i dubbi si moltiplicano, perché sul proprio futuro, sulla luce, gli spazi e la forma definitiva si può soltanto fantasticare… ancora nessuna certezza, e tanta indecisione sul come gestire i ricordi nell’impatto con la realtà.

Le bambole di cui avevo sentito parlare, intanto, erano al piano di sopra, e non vi nego che ho salito le scale con una certa trepidazione, immaginando, immaginando non dico chissà cosa, ma una piccola collezione tenuta con cura, magari bambole d’infanzia conservate negli armadi avvolte in carta velina con un po’ di antitarme per sicurezza, come mi capita spesso di vedere. E invece no, la realtà era molto più triste.
Su un letto matrimoniale in cui nessuno dormiva da tempo, giacevano scomposte quattro povere cose decisamente bisognose d’aiuto. Con un po’ d’esperienza, non c’è voluto molto ad identificarle. C’era un’Athena – senza marchio, ma riconoscibile – un tempo camminante, ma adesso scalpata e giocatissima, con il busto in pezzi. C’era un delizioso pseudo – Marcellino – senza marchio Ottolini, ma d’altra parte credo che sia stato una delle bambole più copiate tra gli anni ’50 e gli anni ’60 – abbastanza in ordine, ma con il viso segnato da chissà cosa, incuria o umidità, e un gran bisogno di essere ridipinto da mani esperte… gli occhioni marroni con lo sguardo dolce e fiducioso arrivavano diretti al cuore, e non era pensabile lasciarlo lì. E difatti, niente ho potuto lasciare, nemmeno la povera, anonima bambola da fiera, un tempo orgogliosa delle sue sopracciglia da diva degli anni ’40 e del suo nasino da Brigitte Bardot, nemmeno la Ratti in polietilene con la mano masticata da qualche cucciolo di cane, o di bimbo.

Mi sono chiesta come fossero finite lì, e in quelle condizioni, macchiate di calce, n**e o coperte con qualche cencio che ho gettato via: ma sulla loro storia, nessuno mi ha saputo dire nulla. A volte, però, non c’è bisogno di sapere, perché certi pezzi di vita sono evidenti e comuni a tutti: quelle bambole erano state belle, nuove, con abiti vistosi – magari con le gonne con i cerchi di filo di ferro a fare la ruota, quanto le amavo da bambina… - o con vezzosi vestitini da bebè, erano state desiderate, acquistate o regalate, e poi piano piano erano state dimenticate, finite in cantina o tra le mani di nuovi bambini che ci avevano giocato con l’entusiasmo violento dei bimbi che hanno tanti giocattoli, e non hanno bisogno di trattarli con cura. Per la loro storia, per questa parabola triste che le accomuna a tanti oggetti nelle innumerevoli case che ho visitato, le ho riscattate senza esitare e senza pensarci, trasportando per pochi metri il mio nuovo scatolone di bambole in pezzi da una casa all’altra, da una casa che si stava svuotando a una che continuava a riempirsi, nonostante i miei sforzi di fare ordine.

La storia potrebbe finire qui, ma non è andata in questo modo. Bambole a parte, ho passato altro tempo in quella casa cercando di essere utile: ho dato pareri maturati con l’esperienza di una persona che da decenni compra e vende oggetti che hanno avuto altre vite, ho frugato curiosa in cassetti e credenze, contato bicchierini e posate, visto oggetti che avrei acquistato volentieri e altri che dubitavo potessero avere un futuro. Me ne sono andata facendo qualche proposta, ma avevo già capito che era presto: c’era troppo in ballo, troppo futuro da decifrare perché ci si potesse staccare dai ricordi di una vita. Bambole a parte, perché quelle a quanto pare non erano di nessuno, nessuno le avrebbe reclamate.
Me ne sono andata quasi a mani vuote, ma con qualche bel pensiero… sui casi della vita, per esempio. Quelli che ti fanno entrare in un villino misterioso proprio di fronte a casa tua, che ti fanno per caso sentire le parole giuste che aprono le porte, e con tutta la mia romantica fantasia mi chiedo se non siano state proprio le voci delle bambole, quelle che ho sentito, le voci di quelle quattro povere cose che nessuno ricordava e che magari volevano essere viste da qualcuno che le riconoscesse per un’ultima volta.

Eccole qui, le protagoniste di questa storia. Se servono a qualcuno, se qualcuno vuole ripararle o adoperarle come pezzi di ricambio – a loro va bene anche così, essere donatori è comunque un onore – le cedo tutte insieme a € 25,00 spedizione compresa.
Per dare loro una seconda possibilità, che potendo, non si nega a nessuno. ❤

Buon fine settimana, amici miei coraggiosi che siete arrivati fino a qui… oggi vi meritate un abbraccio davvero speciale! 😆🤗❤

Via, dopo gli stracci – che comunque avete amato molto – e i buffi salvadanai di mercoledì scorso, oggi facciamo sul ser...
23/09/2026

Via, dopo gli stracci – che comunque avete amato molto – e i buffi salvadanai di mercoledì scorso, oggi facciamo sul serio 😉
Sono anni ormai che l’idea di apparecchiare con garbo è tornata di moda, e per questo non finiremo mai di ringraziare “Cortesie per gli ospiti” e Csaba dalla Zorza, che hanno influenzato più di quanto possiate immaginare il gusto delle persone. Insieme a tanti accessori raffinati che sembravano definitivamente finiti nel dimenticatoio, è tornato alla ribalta anche il set per l’olio e l’aceto da portare in tavola, e quello che vi presento oggi è davvero perfetto per le case contemporanee. In argento proprio “comme il faut”, elegante ma non monumentale – perché non tutti hanno lo spazio per quegli enormi catafalchi che un tempo troneggiavano al centro del tavolo - , ancora con le sue bottiglie d’origine in cristallo e soprattutto con lo squisito dettaglio degli anelli per appoggiare il tappo mentre si adoperano l’olio o l’aceto, senza trovarsi in imbarazzo o macchiare la tovaglia: che cosa volete di più? Anche il prezzo - € 250,00 – è ottimo, soprattutto visto il costo esorbitante raggiunto dall’argento negli ultimi tempi. Unica pecca da segnalare, una piccola sbeccatura sul bordo di una delle due bottiglie, appena visibile… ma visto il tempo passato a servire in una elegantissima casa di Firenze è perdonabile, non credete? 😉
Buon mercoledì, un abbraccio a tutti! 🤗❤

MERAVIGLIAA volte non ci sono vere e proprie storie, ma ci sono gli oggetti… loro, per fortuna, ci sono sempre: che sian...
18/09/2026

MERAVIGLIA

A volte non ci sono vere e proprie storie, ma ci sono gli oggetti… loro, per fortuna, ci sono sempre: che siano più o meno antichi, importanti o divertenti, in negozio gli oggetti non mancano mai. Quelli che scelgo via via di presentarvi, però, devono avere delle caratteristiche particolari, e una sopra tutte le altre: devono suscitare – almeno in me – un’emozione, un ricordo, un pizzico di stupore o di divertimento. Tutto il resto, tutti gli altri oggetti carini, utili, perfetti per un regalo o per un ricordo di Firenze un po’ diverso - che non sia una borsa di pelle fatta in Cina o un David di Michelangelo di resina 🙄 😉 - si possono ve**re a vedere direttamente in negozio, ma non sento la necessità di dedicarci una “finestra” speciale su questa pagina.

Visto che l’emozione è l’esca che accende il desiderio di condividere con voi, la scintilla di oggi è stata la meraviglia. Ho trovato questa piccola collezione per caso ad uno svuota cantine, nascosta in fondo a un banco che esponeva tutt’altro. Ci ero già passata davanti senza vederla, e stavo quasi per andarmene quando l’occhio mi è caduto su questo gruppetto di oggetti di chiaro stampo religioso.
Chi mi conosce lo sa già, quanto io ami i manufatti di religiosità popolare: le perline, il filo dorato, le vecchie stampe e i ricami minuziosi mi fanno sempre pensare a una perduta abbondanza di ore operose e serene, senz’altro ritagliate in una vita più faticosa della nostra, ma più lenta e meno oppressa dall’obbligo di essere “performanti”. La maggior parte di questi piccoli oggetti devozionali è nata nei conventi dall’abilità e dalla fantasia delle suore, che li realizzavano con ciò che avevano sottomano per venderli e ricavare qualche spicciolo per la gestione quotidiana, e ciò che mi seduce non è tanto il contenuto religioso, ma l’amore e la cura con cui sono stati creati partendo dal nulla, qualche immaginetta, due scampoli, un po’ di matassine di filo da ricamo.

Mi sono avvicinata al banco e ho preso in mano gli oggetti uno per uno. C’erano due quadretti rotondi, tutti e due dedicati alla Madonna con il bambino e ricamati di perline e filo d’oro sottile come un capello, e uno scapolare ricamato ancora intonso, mai utilizzato. C’erano tre piccoli cuori ingenui, probabilmente talismani per bimbi appena nati, da nascondere nella culla: su una carta sottilissima e con un inchiostro ormai sbiadito, qualcuno aveva copiato delle preghiere in latino in un corsivo antico che mi ha subito ricordato le lettere che mi scriveva mia nonna. Avevano tutti la stessa provenienza ed erano chiaramente stati conservati con amore, perché è un vero miracolo che abbiano attraversato più di un secolo senza strapparsi, danneggiarsi o macchiarsi d’umidità. Dopo averli presi in mano non ho più perso tempo: ho chiesto il prezzo, ho pagato ed ho portato tutto a casa, aspettando l’occasione giusta per mostrarvi i miei ultimi tesori.

E la meraviglia? La meraviglia è arrivata più tardi, quando mi sono messa ad osservare i miei acquisti con attenzione. Il cuore più grande, quello allacciato ad un vecchio nastro di seta che mi aveva fatto pensare ad un capoculla, non era quello che sembrava, una semplice frase in latino circondata di filo d’argento… sotto i miei occhi stupiti, si è aperto come un fiore o come un quadrifoglio, rivelando all’interno un minuscolo Gesù Bambino circondato di stelle. Sono rimasta a bocca aperta, perché la meraviglia non è soltanto un’emozione grandiosa, non è per forza qualcosa che ti sovrasta come il tramonto o il firmamento quando la notte è limpida… io credo anche nella meraviglia delle piccole cose, quella che ti sorprende indifeso e ti fa sorridere e balzare il cuore: come un Gesù Bambino nascosto che sembra sorrida solo a te, delicatissimo, fragile, eppure arrivato intatto dopo un lungo viaggio nel tempo.

Buon fine settimana, amici miei, spero davvero di aver meravigliato un po’ anche voi e soprattutto di avervi spinto a cercare lo stupore in ciò che ci circonda, perché è una via semplice e diretta per la gioia. Tutti gli oggetti che vedete pubblicati sono in vendita a un prezzo variabile tra € 80,00 e € 25,00… per qualsiasi altra informazione sono a disposizione, un abbraccio a tutti! 🤗❤

Indirizzo

Via Dei Fossi, 7r
Florence
50123

Orario di apertura

Lunedì 10:00 - 19:00
Martedì 10:00 - 19:00
Mercoledì 10:00 - 19:00
Giovedì 10:00 - 19:00
Venerdì 10:00 - 19:00
Sabato 10:00 - 19:00

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