03/05/2025
«Mi manca fare un weekend in montagna con mio figlio. Mi manca la tranquillità, la sicurezza. Ogni imprevisto può mettermi sul lastrico. Oggi mi sento un uomo senza dignità. Eppure lavoro da quando ho 15 anni. La mia sfortuna è quella di essere un metalmeccanico, a Torino, nel 2025». Giovanni Rinaudo, 48 anni, padre separato con un contratto a tempo indeterminato, rientra in una categoria coniata di recente, quella dei «lavoratori poveri». Non cerca impiego perché assunto, non fa gli straordinari perché mancano le commesse, la sua speranza è quella di finire il meno possibile in cassa integrazione.
Per arrivare alla fine del mese è costretto «a contare le monete», eppure nelle statistiche Istat rientra nell’insieme di chi sta bene, quella degli occupati. Quando si dice la narrazione. Ma nell’Italia degli stipendi fermi da 20 anni lavorare non è sinonimo di una vita dignitosa, come previsto dalla Costituzione e come sottolineato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «Tante famiglie non reggono l'aumento del costo della vita. I salari insufficienti sono una grande questione per l'Italia».
Fonte Corriere della Sera