28/05/2026
Antonio de Pereda y Salgado, Il sogno del cavaliere, 1650 circa, olio su tela, 152x217 cm, Museo de la Real Academia de Bellas Artes de San Fernando, Madrid. La composizione appartiene al genere delle Vanitas, molto diffuso nella Spagna del XVII secolo. La Vanitas prevede la rappresentazione di una serie di oggetti e figure di natura profana, ma intrisi di un profondo significato moraleggiante. Il sonno, come riferimento all'ambiguità tra realtà e immaginazione - che a volte diventano indistinguibili - è un tema ricorrente nella cultura barocca sp****la. Un gentiluomo, vestito con gli abiti dell'epoca, dorme mentre un angelo gli mostra la natura effimera, transitoria e peritura dei piaceri, delle ricchezze, degli onori e della gloria. L'angelo regge una pergamena con un disegno centrale - un sole attraversato da una freccia - accompagnato da un'iscrizione in latino: “Ferisce in eterno, vola rapidamente e uccide”. A sua volta, la collezione di oggetti posti sul tavolo costituisce una vera e propria esposizione di simboli e allegorie. Il teschio, come allusione alla morte; le carte da gioco, in riferimento alla natura volubile del gioco d'azzardo e del caso; i fiori, che, come la vita, appassiscono; la candela fumante posta tra i teschi simboleggia la natura fugace e transitoria della vita; l'orologio che allude al trascorrere del tempo. Altri oggetti che rappresentano la ricchezza, come monete e gioielli; il potere politico, come la corona d'alloro, l'armatura, la pi***la, la corona e lo scettro; il potere religioso, come la mitra e la tiara papale; l'amore, come il ritratto in miniatura di una dama; e i piaceri associati alla musica, alla letteratura, alla conoscenza e al teatro, rappresentati da spartiti musicali, libri e una maschera, condividono un simile senso di temporalità. In breve, l'artista ha esposto una straordinaria collezione di oggetti che esemplificano la vanità del mondo, trattandoli con una definizione magistrale che li individualizza al fine di accentuare, attraverso il realismo, la forza del loro carattere didattico, allegorico e morale. La tela è considerata come uno dei capolavori dell’arte sp****la del XVII secolo, molto simile ad altri due dipinti di vanitas di Pereda: quello appartenuto all'ammiraglio di Castiglia, attualmente conservato al Kunsthistorisches Museum di Vienna, datato 1635; e quello conservato alla Galleria degli Uffizi di Firenze, datato tra il 1660 e il 1670. L’opera è inoltre collegata alle due ‘Ultime Cose’, le tele gemelle intitolate In Ictu Oculi [In un batter d'occhio] e Finis Gloriae Mundi [Fine della gloria del mondo], dipinte nel 1672 da Valdés Leal, ora conservate all'Hospital de la Caridad di Siviglia, commissionate da Miguel de Maraña. Questo eminente pittore sivigliano aveva pubblicato l'anno precedente il Discorso sulla Verità, in cui raccoglieva le sue riflessioni sulla futilità delle glorie terrene di fronte alla certezza della morte, tema ricorrente nella società barocca sp****la. Quest'opera faceva parte della collezione di Manuel Godoy, dove Pedro González de Sepúlveda ne colloca l'acquisizione il 12 novembre 1800. Nel 1813 fu selezionata per il Musée Napoléon di Parigi, per poi essere restituita alla Spagna.