24/05/2026
Una Cinziata
Squillò il telefono, un cliente come tanti, all'inizio. Una casa da reinventare, il solito passaparola che porta le persone fino a me. Lui arrivò al primo incontro come un'onda, mi rovesciò addosso tutto, di getto, di furia, con quella urgenza di chi ha paura che le parole sfuggano prima di essere dette. Voleva che io capissi. Voleva che non ci fosse margine per i malintesi.
Iniziò così l'avventura di quel progetto, quella fase strana e preziosa in cui i sogni smettono di essere vapore e diventano cose: muri, luce, spigoli, superfici. Lui aveva libri ovunque, fotografie, attrezzature da regia accumulate in anni di sguardi sul mondo. Ogni oggetto aveva una storia, ogni storia aveva bisogno di uno spazio. Non amava cucinare, e su questo ci scontravamo, perché io invece in cucina ci vivo, finché un giorno mi disse, con quella sua aria tra il serio e il buffo: "Ho deciso. Devi progettarmi un comodo angolo cottura per quando verrai tu a cucinare a casa mia."
E così fu.
Amava la luce come si ama una persona. Amava le piante, parlava con loro, davvero, senza imbarazzo, e la sua terrazza era un mondo verde e silenzioso che sapeva ascoltarlo. Quando il cantiere finì e si trasferì, non smettеmmo di sentirci, vederci e scriverci. Mi chiamava per raccontarmi di qualcosa di nuovo che aveva comprato, di una foto appena appesa. C'era sempre, in quei racconti, una punta di timore. Temeva il mio giudizio, ci teneva alla mia approvazione come si tiene a quella di qualcuno che conosce il posto dove vivi meglio di quanto tu creda. "Stai tranquilla," diceva, "sono stato bravo. Ho fatto una Cinziata."
Qualche giorno fa ha deciso di morire. Ma rimane la casa che lo racconta con una precisione che nessuna parola potrebbe eguagliare. Lo sagoma, lo riflette, custodisce la forma esatta di com'era.
È questo, in fondo, il senso più segreto del mio lavoro: non progettare spazi, ma restituire alle persone un luogo che le contenga. E per farlo bisogna ascoltare davvero, non solo sentire. Accompagnare, non guidare. Mettere la propria esperienza al servizio di qualcosa che non è tuo, e che però, per un tempo, lo diventa un po'.
È una professione difficile, la mia. Ci sono giorni in cui vorrei posare la matita e non rialzarla più. Poi arriva una storia come questa, e capisco di nuovo perché la tengo in mano.
Grazie M. di aver condiviso per un po' la mia stessa strada ❤️